Un pover’uomo aveva tre figli: Giovanni, Fiore e Pìrolo. Un giorno si ammalò gravemente e chiamò i figli intorno al letto.
“Come vedete, figli miei, sono vicino alla morte. Non ho grandi ricchezze da lasciarvi, solo tre sacchetti di monete che ho messo da parte con tanta fatica. Prendetene uno ciascuno e cercate di arrangiarvi come potete.”
Aveva appena finito di parlare quando fece un grande sospiro e morì. I ragazzi scoppiarono a piangere, ma ormai il loro povero padre se n’era andato.
Si divisero i tre sacchetti di monete, uno per ciascuno. Giovanni, che era il più grande, disse:
“Ragazzi, senza lavorare non si può vivere. Qui finiremo per mangiare paglia e dormire per strada. È meglio che uno di noi vada a cercare fortuna.”
Allora il secondogenito, Fiore, disse:
“Hai ragione. Andrò io a vedere se riesco a sistemarmi.”
Il mattino dopo si alzò, si lavò il viso e i piedi, si lucidò gli stivali, prese sulle spalle il suo sacchetto di monete, abbracciò i fratelli e partì.
Cammina cammina, verso sera passò davanti a una chiesa. Lì fuori c’era l’Arciprete che si godeva un po’ di fresco. Fiore si tolse il cappello e disse:
“Buonasera, signor Arciprete.”
“Buonasera, giovane. Dove stai andando?”
“Vado per il mondo a cercare fortuna.”
“E in quel sacchetto cosa porti?”
“Un sacchetto di monete che mi ha lasciato mio padre.”
“Vuoi venire a stare da me?”
“Volentieri.”
L’Arciprete continuò:
“Sappi che anch’io ho un sacchetto di monete. Se vieni a lavorare da me, facciamo un patto: il primo di noi due che si arrabbia perde il suo sacchetto.”
Fiore accettò. L’Arciprete gli mostrò il campo che avrebbe dovuto lavorare l’indomani e gli disse:
“Quando sei al lavoro non serve tornare indietro per mangiare. Ti manderò io colazione e pranzo.”
“Come volete,” rispose Fiore.
Cenarono insieme, chiacchierarono un po’ e poi la serva più anziana lo accompagnò nella sua stanza.
La mattina dopo Fiore si alzò di buon’ora, andò al campo e cominciò a vangare. Quando arrivò l’ora di colazione, nessuno si fece vedere. Aspettò, si innervosì, brontolò, ma continuò a lavorare a stomaco vuoto.
Arrivò anche l’ora di pranzo. Fiore teneva gli occhi fissi sulla strada: ogni volta che vedeva qualcuno avvicinarsi sperava fosse la serva, ma poi capiva che non lo era e si arrabbiava sempre di più.
Verso sera arrivò finalmente la vecchia serva, piena di scuse: aveva fatto il bucato, aveva avuto da fare, e tante altre storie. Fiore aveva una gran voglia di dirle di tutto, ma si trattenne per non perdere il sacchetto di monete.
La serva tirò fuori dalla sporta una pignatta e un fiasco. Fiore cercò di aprire la pignatta, ma il coperchio era chiuso così forte che sembrava incollato. Allora perse la pazienza, buttò tutto per terra e urlò.
“Ma sapete,” disse la serva con aria innocente, “l’abbiamo chiusa così perché non entrassero le mosche.”
Anche il fiasco era sigillato allo stesso modo. Fiore cominciò a imprecare e gridò:
“Andate dal signor Arciprete! Poi vengo io a dirgli quello che penso!”
Quando arrivò dall’Arciprete, non fece in tempo a entrare che già urlava. L’Arciprete disse:
“Ti ricordi il patto? Chi si arrabbia perde il sacchetto di monete.”
“Che vada al diavolo anche quello!” rispose Fiore.
Fece il fagotto e se ne andò, lasciando lì il sacchetto. L’Arciprete e le sue due serve ridevano senza fermarsi.
Fiore tornò a casa stanco, affamato e arrabbiato. I fratelli capirono subito che era andata male. Dopo aver mangiato e bevuto, Fiore raccontò tutto.
Giovanni disse:
“Scommettiamo che se vado io, torno con il mio sacchetto, quello dell’Arciprete e anche il tuo?”
Ma anche Giovanni, dopo la fame e la pignatta chiusa, si arrabbiò più di Fiore e tornò a casa disperato.
Allora parlò Pìrolo, il più piccolo ma anche il più furbo:
“Lasciate andare me. Vi prometto che tornerò con i vostri sacchetti di monete e anche con quelli dell’Arciprete.”
Dopo tante insistenze, i fratelli accettarono.
Pìrolo arrivò dall’Arciprete, fece lo stesso patto, ma l’Arciprete disse:
“Io metto tre sacchetti di monete contro il tuo.”
A cena Pìrolo si infilò in tasca più cibo possibile di nascosto. Il giorno dopo, quando nessuno portò da mangiare, mangiò quello che aveva e andò anche dai contadini a chiedere da bere, che lo accolsero con piacere.
Quando arrivò la serva con la pignatta chiusa, Pìrolo rise, ruppe il coperchio con la zappa, mangiò e bevve senza arrabbiarsi.
Ma l’Arciprete non si arrese, e il giorno seguente gli affidò cento maiali da vendere al mercato.
Pìrolo li vendette tutti tranne una scrofa enorme. Prima di venderli, però, tagliò il codino a ciascuno e ne tenne novantanove. Poi piantò i codini in un campo con il ricciolo che spuntava fuori. Seppellì completamente anche la scrofa, lasciando anche ad essa il codino fuori.
Poi gridò:
Corri corri, don Raimondo,
che i maiali vanno a fondo!
Scendono giù a precipizio,
resta fuori solo il ricciolo!
L’Arciprete arrivò di corsa. Tirò i codini che gli rimasero in mano. Pìrolo tirò quello della scrofa e la fece uscire viva.
Il giorno dopo, quando furono a cena, Pìrolo domandò come faceva sempre:
“E domani, che lavoro devo fare?”
L’Arciprete rispose:
“Avrei cento pecore da portare al mercato, ma non vorrei che succedesse come ieri con i maiali.”
“Accidenti!” disse Pìrolo. “Non saremo mica sempre così sfortunati!”
La mattina seguente Pìrolo prese le cento pecore e le portò al mercato. Trovò un mercante disposto a comprarle e gliele vendette tutte, tranne una, che era zoppa. Si mise in tasca i soldi e si avviò verso casa.
Quando arrivò nel campo dove il giorno prima aveva fatto il trucco dei maiali, vide per terra una scala lunga lunga. La prese, la appoggiò a un pioppo, salì portandosi dietro la pecora zoppa e, arrivato in cima, la legò bene a un ramo. Poi scese, tolse la scala e cominciò a gridare a squarciagola:
Corri corri, don Carmelo,
che gli agnelli vanno in cielo!
C’è soltanto quello zoppo
che è rimasto in cima al pioppo!
L’Arciprete, sentendo quelle grida, accorse tutto trafelato. Pìrolo gli disse:
“Ero qui con le pecore quando, all’improvviso, le ho viste saltare tutte in aria, come se qualcuno le avesse chiamate in Paradiso. Solo quella povera zoppa ha provato a saltare anche lei, ma non ce l’ha fatta ed è rimasta lassù.”
L’Arciprete diventò rosso come un peperone, ma riuscì ancora una volta a trattenersi. Fece finta di niente e disse con aria rassegnata:
“Eh… cosa vuoi farci… è andata così.”
Quando tornarono a casa e si misero a cena, Pìrolo domandò di nuovo:
“E domani, che lavoro devo fare?”
L’Arciprete sospirò e disse:
“Figliolo, non ho più nulla da farti fare. Domani devo andare a dire messa in una parrocchia qui vicino. Se vuoi, puoi venire con me a servire messa.”
La mattina dopo Pìrolo si alzò di buon’ora, lucidò le scarpe dell’Arciprete, si mise una camicia pulita, si lavò il viso e andò a svegliare il padrone. Uscirono insieme, ma appena furono per strada cominciò a piovere.
L’Arciprete disse:
“Torna a casa a prendermi gli zoccoli. Non voglio rovinare le scarpe buone: mi servono per dire messa. Io ti aspetto sotto quest’albero con l’ombrello.”
Pìrolo tornò di corsa a casa e disse alle due serve:
“Presto, dove siete? Il signor Arciprete ha detto che vi devo baciare tutte e due!”
Le serve risposero scandalizzate:
“Baciare noi? Ma sei matto? Figurati se l’ha detto davvero!”
E Pìrolo:
“Tutte e due, sicuro! Non ci credete? Ve lo faccio dire da lui!”
Si affacciò alla finestra e gridò:
“Signor Arciprete, una o tutte e due?”
L’Arciprete, senza capire, rispose da sotto l’albero:
“Ma tutte e due, sicuro, tutte e due!”
“Avete sentito?” disse Pìrolo, e baciò le due serve. Poi prese gli zoccoli e corse dall’Arciprete, che disse stupito:
“Ma cosa dovevo farmene di una ciabatta sola?”
Quando tornarono a casa, l’Arciprete si accorse che le serve erano arrabbiate.
“Che cos’avete?” chiese.
“E ce lo chiedete pure?” risposero. “Sono ordini da dare quelli? E se non l’avessimo sentito con le nostre orecchie non ci avremmo mai creduto!”
E gli raccontarono tutto dei baci.
“Basta!” disse l’Arciprete. “Me ne ha fatte troppe. Bisogna licenziarlo subito.”
Le serve però dissero:
“Finché non canta il cuculo, i lavoranti non si possono mandare via.”
“Allora faremo finta che canti il cuculo,” disse l’Arciprete.
Chiamò Pìrolo e gli disse:
“Per ora non ho più lavoro per te. Ti do la licenza.”
Pìrolo rispose:
“Lo sapete anche voi che finché non canta il cuculo non mi potete mandare via.”
“Hai ragione,” disse l’Arciprete. “Aspettiamo che canti il cuculo.”
Allora la serva più anziana ammazzò e spennò alcune galline, cucì tutte le penne su un corpetto e su un paio di brache dell’Arciprete, si vestì tutta di penne e la sera salì sul tetto a cantare:
“Cu-cu! Cu-cu!”
Pìrolo stava cenando con l’Arciprete quando sentì il verso.
“Oh,” disse l’Arciprete, “mi pare che canti il cuculo.”
“Ma no,” rispose Pìrolo, “siamo solo a marzo. Il cuculo canta a maggio.”
Ma intanto si sentiva chiaramente:
“Cu-cu! Cu-cu!”
Pìrolo corse a prendere lo schioppo appeso dietro il letto dell’Arciprete, aprì la finestra e mirò all’uccellaccio sul tetto.
“Non sparare! Non sparare!” gridò l’Arciprete.
Ma Pìrolo sparò.
La serva vestita di penne cadde giù dal tetto tutta impallinata.
A quel punto l’Arciprete perse davvero la pazienza:
“Pìrolo! Vattene subito! Non voglio più vederti!”
Pìrolo chiese calmo:
“Perché, signor Arciprete? Siete arrabbiato?”
“Sì, sì che sono arrabbiato!”
“Bene,” disse Pìrolo. “Allora datemi i tre sacchetti di monete e poi me ne vado.”
Così Pìrolo tornò a casa con quattro sacchetti di monete e con tutti i soldi guadagnati vendendo maiali e pecore. Restituì ai fratelli i loro sacchetti, aprì una bottega da straccivendolo, prese moglie e visse sempre felice e contento.
Morale
Chi resta calmo e usa l’intelligenza può vincere anche contro chi sembra più potente, mentre la rabbia fa perdere tutto.
Tratto dalla fiaba originale di Italo Calvino “La scommessa a chi primo s’arrabbia (Bologna)”.








